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Gli acquisti di oro delle banche centrali non mostrano segni di stanchezza.

Acquisti di oro delle banche centrali

Gli acquisti di oro delle Banche centrali non hanno mostrato il primo trimestre del 2023 segni di stallo. Le riserve di oro globali, che risultano dalle dichiarazioni ufficiali, sono aumentate di 52 tonnellate durante il mese scorso. l’undicesimo mese consecutivo di acquisti netti dalle 74 tonnellate di gennaio 2022. Il dato esclude i dati aggiornati per la Russia, che analizziamo separatamente. Resta la tendenza al rialzo da giugno 2022, come comunicato dal World Gold Council.

Le banche centrali continuano a mantenere lo slancio sugli acquisti di oro

Su base annuale, le banche centrali hanno registrato acquisti netti per 125 tonnellate. Questo è l’inizio migliore di un anno che risale almeno al 2010, quando le banche centrali sono diventate acquirenti netti su base annua.

Il quantitativo di acquisti di oro più significativi è arrivato dalla Banca centrale russa, la quale ha reso pubbliche le sue riserve di oro. Il dato è aggiornato alla fine di febbraio 2023 e indica riserve auree di 2.330 tonnellate, 31 tonnellate in più da gennaio 2022. La Banca centrale Russa non ha però dato indicazioni sui tempi e le modalità degli acquisti di oro in questo periodo.

Anche la Banca centrale della Turchia ha continuato la sua recente ondata di acquisti, che procede da ben 15 mesi consecutivi, aggiungendo oltre 22 tonnellate. Le sue riserve auree ufficiali (soltanto quelle detenute della banca centrale e dal Tesoro) sono ora 587 tonnellate, cioè il 33% delle sue riserve internazionali.

La Banca Centrale Cinese ha comunicato che le sue riserve auree sono aumentate con acquisti in oro pari a 25 tonnellate durante il mese, portando i depositi complessivi a 2.050 tonnellate. Si è trattato del più consistente acquisto singolo effettuato, portando le riserve in oro della Cina ad un aumento di 102 tonnellate negli ultimi 4 mesi.

La Banca di Singapore ha continuato acquisti in oro per più di 6 tonnellate, raggiungendo le 205 tonnellate. Più di 51 tonnellate rispetto a dicembre 2022.

La Reserve Bank of India (RBI) ha ripreso a comprare oro nel mese di febbraio, dopo una sosta degli acquisti di oro nel mese di gennaio. Soltanto 3 tonnellate per raggiungere le 790 tonnellate.

La Banca centrale dell’Uzbekistan ha effettuato acquisti di oro nel mese per 8 Tonnellate, dopo tre mesi consecutivi di vendite. Le sue riserve auree ufficiali ora ammontano a 393 tonnellate (67% delle riserve totali).

In sintesi possiamo dire che dall’inizio dell’anno gli acquisti hanno ampiamente superato le vendite.

Il contesto, la storia e le prospettive per l’acquisto di oro da parte della banca centrale

Abbiamo visto precedentemente quale sia la situazione relativa agli acquisti di oro da parte delle principali banche centrali. Questi acquisti eccezionali insieme a quelli dello scorso anno da parte delle banche centrali ci spingono ad esaminare con maggiore attenzione quale sia la storia, per confrontare e contrastare atteggiamenti e comportamenti nei confronti dell’oro come risorsa di riserva.

Vediamo che i paesi dei mercati emergenti mantengono attualmente il primato, continuando ad acquistare ingenti quantitativi del metallo prezioso, questo perchè le loro allocazioni sono inferiori a quelle delle economie più avanzate.

Come già evidenziato sopra il 2022 è stato l’anno dei record di acquisti di oro da parte delle banche centrali. In totale 1.136 tonnellate, valore che ha catturato l’attenzione dei media e i titoli dei giornali.

Analisti e investitori di tutto il mondo si pongono diverse domande: cosa sta guidando la scelta di proseguire nell’acquisto di ingenti quantitativi di oro? Cosa potrebbe riservare il futuro in seguito a queste scelte? Terminerà questa tendenza? Seguirà un periodo di vendite significative, come si è visto negli anni 67/68?

Secondo il World Gold Council la risposta a questa domanda finale è no, non ci si aspetta che si verifichi una simile eventualità. Il WGC si dichiara fiducioso che le banche centrali continueranno a costruire le loro riserve auree ufficiali.

Per comprendere questo autorevole punto di vista, il contesto alla fine degli anni ’60 è fondamentale

1 – In quel periodo era ancora in vigore una forma di Gold Standard. Sotto il sistema di Bretton Woods, gli Stati Uniti – e un sindacato di banche centrali europee – si erano impegnati a difendere un prezzo fisso dell’oro, che era convertibile in dollari USA a 35 dollari USA l’oncia.

2 – Le forti vendite che si sono viste nel 1967 sono state una conseguenza di questo vero e proprio “attacco” al prezzo dell’oro, avvenuto mentre gli investitori continuavano ad accumulare oro.
Una corsa all’oro guidata da motivi di rifugio sicuro, generati dal nervosismo che una svalutazione della sterlina inglese causasse un crollo della valuta. Altra motivazione fu il richiamo di un potenziale profitto, mentre gli speculatori scommettevano che il dollaro sarebbe stato il prossimo a scendere e il prezzo dell’oro sarebbe schizzato verso l’alto.

In quel momento le banche centrali scelsero di evitare questo scenario vendendo enormi quantità di oro. Quasi 2.000 tonnellate in totale fra il 1967 e il 1968. Fu questo l’episodio che effettivamente segnò la fine del sistema di Bretton Woods e gli ultimi resti del Gold Standard.

Torniamo adesso ai giorni nostri e rivediamo il contesto da gennaio 2022 a oggi. Lo scenario è molto diverso, il mercato dell’oro è profondamente mutato e certamente è più “liquido”.
È strutturalmente diverso: due fattori di cambiamento importanti son, ad esempio, la liberalizzazione e la crescita di India e Cina e il lancio di ETF sull’oro. Ma la differenza più importante nasce proprio dal cambiamento di paradigma proprio delle stesse banche centrali, che ne ha influenzato il comportamento.

Questo ha causato anche uno spostamento concertato dall’eccessivo affidamento sul dollaro USA come valuta di riserva, in un contesto di rendimenti reali inesistenti sul debito sovrano.

Il programma concertato di vendite controllate durante gli anni 2000 ha ridotto notevolmente la “sovra allocazione” in oro delle banche centrali occidentali, al contrario le banche centrali dei paesi emergenti che erano ancora relativamente “sotto allocate”, hanno iniziato una continua raccolta che è  proseguita fino ad oggi con le considerevoli aggiunte degli ultimi anni.

Scaduto nel 2019 il Central Bank Gold Agreement stipulato nel 2014, le banche firmatarie hanno deciso di non rinnovare l’accordo, ribadendo che “l’oro rimane un elemento importante delle riserve monetarie”. Parole che sono state sostenute da una ripresa degli acquisti di oro.

Oggi, dopo tre anni, nonostante i significativi acquisti, le banche centrali dei paesi emergenti rimangono relativamente sotto allocate. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, i paesi emergenti hanno un’allocazione collettiva in oro al 10%, meno della metà di quella delle economie avanzate.
Ma anche questa cifra è distorta, alcuni pasi hanno in realtà allocazioni imponenti in oro, spesso acquistato dalla produzione interna. Le banche centrali del Kazakistan e dell’Uzbekistan, ad esempio, detengono circa il 60% dei loro portafogli in oro. Per cui, la media per coloro che non dispongono di tali programmi di acquisto interni è probabilmente significativamente inferiore.

Quindi possiamo sostenere che la quota di allocazioni in oro nelle riserve dei paesi emergenti è molto inferiore a quella dei paesi sviluppati.

Continuerà l’acquisto di oro? …E cosa lo sta guidando?

E’ palese che le banche centrali hanno obiettivi strategici diversi rispetto agli investitori istituzionali.
Le riserve ufficiali devono essere investite in attività sicure e liquide. Le linee guida di investimento per le banche centrali dei paesi emergenti e in via di sviluppo sono spesso molto restrittive, limitate a oro, Diritti Speciali di Prelievo, saldi di riserva del Fondo Monetario Internazionale, acquisto di debito sovrano con rating elevato e depositi.

Ciò rende le banche centrali esposte in modo sproporzionato al debito pubblico dei paesi più avanzati. Ma il rendimento reale di molti di questi titoli sovrani è ancora molto basso, se non negativo. Inoltre, come abbiamo visto durante la crisi del debito dell’Eurozona, questi paesi sono tutt’altro che immuni dal rischio di default. E i crescenti rischi di sanzioni potrebbero rendere le obbligazioni in alcuni mercati meno attraenti. Anche le guerre valutarie rimangono una minaccia.

In una situazione di rischio così elevata per le banche centrali l’oro diventa un asset molto interessante rispetto ad altre attività di riserva. Non presenta un rischio politico, non può subire svalutazione e non può essere sminuito in una guerra valutaria. Diversi sondaggi approfonditi, portati avanti in questi anni dal WGC presso le banche centrali, confermano che l’oro è un importante asset di riserva, apprezzato per la sua performance in tempi di crisi, la sua riserva di valore a lungo termine e l’assenza di rischio di insolvenza. E conferma che i banchieri centrali si aspettano un’ulteriore crescita delle riserve auree globali.

Le banche centrali apprezzano i vantaggi di copertura e diversificazione dell’oro e la sua mancanza di rischio di insolvenza. Ci sono, ovviamente, dei rischi. La forte crisi degli ultimi anni ha ridotto le riserve complessive di alcune banche centrali, il che significa che hanno meno allocazioni in oro.
Un forte aumento del prezzo dell’oro potrebbe frenare alcuni acquisti, oltre a incoraggiare le vendite da parte delle banche con sede nei paesi produttori di oro. Ma, nel complesso, i maggiori analisti concordano sul proseguimento degli acquisti di oro, con le banche dei paesi emergenti in prima linea in questa tendenza, mentre continuano a correggere lo squilibrio nelle allocazioni di oro con i loro omologhi dei paesi più sviluppati.

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